Il tempo che resta: briciole putride, retrogusto agrodolce

A quest’ora dovrei star lì a sfogliare nevroticamente appunti e teaching unit fatte da autodidatt* in vista del prossimo esame scritto, il secondo dei 10 cui io e altri numeri siamo sottoposti.
Dovrei approfittare di questo tempo per infilzarmi nella testa gli ennesimi concetti inutili che di certo non mi insegnano a campare, semmai a stento a superare esami universitari nonostante ne abbia svolti più che a sufficienza già per poter entrare in questo girone dell’Inferno!
Dovrei gioire, godere dei momenti belli che fanno di tanto in tanto capolino in questi ritmi così frenetici che mi hanno fatto stoppare anche nella scrittura e in altri hobby.
Ma scritto in tutta onestà, ora sono nel letto a raccogliere questo tempo che resta della giornata per respirare a pieni polmoni lo smog del famigerato TFA.
In questo momento c’è solo il disgusto nell’espletare queste briciole putride ingoiate a forza da marzo (fatta eccezione per il retrogusto agrodolce – tirocini nelle scuole, tutor comprensive e disponibili, alliev* curios* quanto frenetic**, corsi dell’area comune e il laboratorio TIC tenuti da docenti che sanno campare, persone che come me credono in questa missione e sono solidali, a dispetto di altre che pensano solo al proprio orticello e/o hanno paura di contrariare quelle del vertice).
La veste da clown l’ho lasciata in zaino: non riesco ad avere la forza di indossarla, di impregnarmi del suo odore fresco e frizzante. Non ora.
Pierrot è in consolle, guardandosi indietro a un anno fa, a quando entusiasta di intraprendere questo percorso incominciava a fare i primi nuovi sacrifici (mentre si preparava a presentare, a interpretare Santa Merkel e a suggerire dietro le quinte). Ora come ora invece sente di star buttando soldi e soprattutto tempo inseguendo cavallette, nemmeno libellule.
Il mio stile cognitivo gerarchico in questo momento ha bisogno di rigenerarsi, mi sento “come burro spalmato su troppo pane”.
Come vorrei una vacanza, anche di solo una settimana, giusto il tempo di recuperare le forze fisiche e mentali per terminare questo percorso così irto di controsensi!
Come vorrei lavorare anziché dovermi prendere la presenza ai corsi per poi sapere di dover preparare esami che non ci azzeccano proprio con la vita reale (parlo sempre dei corsi disciplinari) e per poi infine prendermi un’abilitazione che chissà se mi servirà a qualcosa di concreto in futuro.
Credevo che l’inferno fosse finito a febbraio, quando ho dato gli ultimi esami orali per l’accesso. Invece era solo l’inizio, ahimè. L’inizio di ripetuti corsi universitari cui seguono esami universitari. Sento che la mia dignità da oltre laureata e meno che insegnante sia bistrattata. Come cavia di esperimenti in un gioco alla Saw l’Enigmista: così mi sento in questo momento. Non ho la forza di oppormi a questo stato d’animo, quindi preferisco che esca fuori, che occupi il suo giusto spazio e che, pertanto, percependo di esercitare un diritto (quello di indignarsi di fronte a situazioni storte) non si senta incatenato. Provo fitte di rimpianto nell’essermi iscritta al TFA, ma c’è sempre quella parte di me che crede ancora nei propri sogni e nelle proprie capacità di renderli realtà.
Ora mi aspetta Morfeo, sento di poter lasciare questo spazio virtuale.
Buonanotte ai suonatori!

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