Impressioni in treno

Buongiorno!

Porgo alla vostra attenzione un’impressione di Santa Russo:

“Sul treno, ascolto la conversazione di due signori, sui 60-65 anni, forse di più – non sono brava con le età – credo si siano incontrati dopo un po’ di tempo per caso, solite domande di circostanza, il lavoro, la famiglia, i figli.
Uno dei due, parlando dei figli, dice: <<Il maschietto non ce l’ho più>>.
Non capisco, <<il maschietto non ce l’ho più>>? 
Nemmeno il suo interlocutore sembra capire, forse gli chiede di spiegarsi meglio.
<<Il maschietto non ce l’ho più>>.
32 anni, morto 5 anni fa, stroncato da un infarto, ‘perché, come diciamo noi in termini ferroviari, un infarto a quell’età sono diecimila volt’.
A volte mi chiedo come un genitore possa avere la forza di sopravvivere ad un figlio, penso alla tenerezza e alla disperazione di quella frase, il maschietto non ce l’ho più, a quegli occhi lucidi e a quella foto conservata nel portafogli.”

Una risposta inizio a darla io (Roberta FI Visone):

Quando muore un figlio, è un pezzo di cuore quello che viene strappato dal cuore di un genitore, in modo più brutale quando la morte giunge all’improvviso. Mia nonna, quando eravamo in ospedale ad assistere alla rapida dipartita di mio padre, questo diceva: <<Nientedimeno devo arrivare a quasi 84 anni, con un’operazione al ginocchio, per vedere mio figlio morire così?>>. Ho le lacrime agli occhi mentre scrivo, e questo mi succede ogni volta che, dopo una bella e divertente partita a scopone scientifico, qualsiasi cosa dica assume un tono misto fra la mestizia e la rassegnazione. Non è assolutamente semplice sopravvivere alla morte di un figlio, ma la fede (in qualsiasi tipo di ente ultraterreno) aiuta tanto: la consapevolezza che il proprio figlio sia in un posto migliore del nostro è fra le cose che danno la forza di andare avanti, oltre al fatto che, finché non ci si dimentica del defunto e dei suoi ideali, questi vengono tramandati di generazione in generazione.

Vi lascio con uno stralcio della mia ultima poesia Hai lasciato un mondo saturo:

“Hai lasciato tanti cari,

ma per fortuna ne hai raggiunti degli altri.

E poi basta un incontro sincero

E sei sempre in mezzo a noi.

Su questa terra satura

Noi arranchiamo,

ci incoraggiamo,

talvolta pure cadiamo,

ma in qualche modo avanti andiamo,

fra persone comprensive

e altre indifferenti.”

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3 thoughts on “Impressioni in treno

  1. rfivisone ha detto:

    La morte prematura di un figlio è un argomento ampiamente trattato nella storia della letteratura dell’umanità: partiamo da Priamo che chiede di avere il corpo del figlio Ettore, ucciso da Achille per vendicare il cugino Patroclo, ucciso per errore da Ettore.
    ” Visto del divo Ettór lo strazio indegno,
    Pietà ne venne ai fortunati Eterni,
    E il vegliante Argicida ad involarlo 30
    Incitando venían. Questo di tutti
    Era il vivo desío, ma non di Giuno,
    Nè di Nettunno, nè dell’aspra vergine
    Dall’azzurre pupille. Alto riposta
    Nella mente sedea di queste Dive 35
    Di Paride l’ingiuria, e la sprezzata
    Lor beltade quel dì che a lui venute
    Nel suo tugurio, ei preferì lor quella
    Che di funesto amor contento il fece.
    Quindi l’odio immortal delle superbe 40
    Contro le sacre ilíache mura, e Príamo
    E tutta insieme la dardania gente.
    Ma il duodecimo sole apparso al mondo,
    Febo agli Eterni così prese a dire:
    Numi crudeli, che vi fece Ettorre? 45
    Forse che su gli altari a voi non arse
    E di mugghianti e di lanosi armenti
    [p. 295]
    Vittime elette ei sempre? Ed or che fiera
    Morte lo spense, che furor s’è questo
    Di non renderne il corpo alla consorte, 50
    Alla madre, al figliuolo, al genitore,
    Al popol tutto, acciò che tosto ei s’abbia
    L’onor del rogo e della tomba? E tante
    Onte a qual fine? Per servir d’Achille
    Alle furie; d’Achille a cui nel seno 55
    Nè amor del giusto nè pietà s’alberga,
    Ma cuor selvaggio di lïon che spinto
    Dall’ardir, dalla forza e dalla fame
    Il gregge assalta a procacciarsi il cibo.
    […]
    Ma carissimo ai numi era pur anco
    Tra i Teucri tutti Ettorre, e a Giove in prima.
    Ostie elette mai sempre gli m’offerse,
    Nè l’are mie per esso ebber difetto
    Mai di convivii, nè di pingui odori, 95
    Nè di tazze libate, onor che solo
    Ai Celesti è sortito. Ma si ponga
    Ogni pensiero d’involar l’offeso
    Cadavere; e sottrarlo ora di furto
    Al fiero Achille non si può, chè Teti 100
    Notte e dì gli è dintorno e tutto osserva.
    […]
    A Príamo intanto io spedirò di Giuno 155
    La messaggiera, ond’egli immantinente
    Ito alle navi degli Achei, co’ doni
    Plachi il Pelíde, e il figlio suo redima.
    Obbedïente a quel parlar la Diva
    Mosse i candidi piedi, e dall’Olimpo 160
    Scese d’un salto al padiglion d’Achille.
    Il trovò sospiroso; affaccendati
    A lui dintorno i suoi diletti amici
    Apprestavan la mensa, ucciso un grande
    E lanoso arïéte. Entrò, s’assise 165
    Dolce al suo fianco la divina madre,
    Accarezzollo colla destra, e disse:
    E fino a quando, o figlio, in pianti e lutti
    Ti struggerai, immemore del cibo,
    E deserto nel letto? Eppur di cara 170
    Donna l’amplesso il cor consola: il tempo,
    Ch’a me vivrai, gli è breve, e vïolenta
    Già t’incalza la Parca. Or via, m’ascolta,
    Ch’io di Giove a te vengo ambasciatrice.
    I numi, ed esso primamente, sono 175
    Teco irati, perchè nel tuo furore
    Ostinato ritieni appo le navi
    D’Ettore il corpo, e al genitor nol rendi.
    Rendilo, e il prezzo del riscatto accetta.
    E ben, rispose sospirando Achille, 180
    Venga chi lo redima e via sel porti,
    Se tal di Giove è l’assoluto impero.
    Mentre in questo parlar stassi col figlio
    [p. 299]
    La genitrice Dea dentro la tenda,
    Giove alla sacra Troia Iri spedía. 185
    Su, t’affretta, veloce Iri, e dal cielo
    Vola in Ilio, ed a Prïamo comanda
    Che alle navi si tragga e seco apporti
    A riscatto del figlio eletti doni,
    Onde si plachi del Pelíde il core.
    […]
    Ratta, come del turbine le penne,
    Partì la Diva messaggiera, e a Príamo
    Giunta, il trovò tra pianti e grida. I figli 205
    Dintorno al padre doloroso accolti
    Inondavan di lagrime le vesti.
    Stavasi in mezzo il venerando veglio
    Tutto chiuso nel manto, ed insozzato
    Il capo e il collo dell’immonda polve 210
    Di che bruttato di sua mano ei s’era
    Sul terren voltolandosi. La turba
    Delle misere figlie e delle nuore
    Empiea la reggia d’ululati, e quale
    Ricordava il fratel, quale il marito, 215
    Chè valorosi e molti eran caduti
    Sotto le lance degli Achei. Comparve
    [p. 300]
    Improvvisa davanti al re canuto
    La ministra di Giove, e a lui che tutto
    Al vederla tremò, dicea sommesso: 220
    Príamo, fa core, nè timor ti prenda.
    Nunzia di mali non vengh’io, ma tutta
    Del tuo meglio bramosa. A te mi manda
    L’Olimpio Giove che lontano ancora
    Su te veglia pietoso. Ei ti comanda 225
    Di redimere il figlio, e recar molti
    Doni ad Achille per placarlo. A lui
    Vanne adunque, ma solo, e che nessuno
    T’accompagni de’ Troi, salvo un araldo
    D’età provetta, reggitor del plaustro 230
    Che il corpo trasportar del figlio ucciso
    Ti dee qua dentro: nè temer di morte
    O d’altra offesa. Condottiero avrai
    L’Argicida che te fino al cospetto
    D’Achille scorterà.
    […]
    Come avvien talor se un infelice 605
    Reo del sangue d’alcun del patrio suolo
    Fugge in altro paese, e ad un possente
    S’appresentando, i riguardanti ingombra
    D’improvviso stupor; tale il Pelíde
    Del dëiforme Príamo alla vista 610
    Stupì. Stupiro e si guardaro in viso
    Gli altri con muta maraviglia, e allora
    Il supplice così sciolse la voce:
    Divino Achille, ti rammenta il padre,
    Il padre tuo da ria vecchiezza oppresso 615
    Qual io mi sono. In questo punto ei forse
    Da’ potenti vicini assedïato
    Non ha chi lo soccorra, e all’imminente
    Periglio il tolga. Nondimeno, udendo
    Che tu sei vivo, si conforta, e spera 620
    Ad ogn’istante riveder tornato
    Da Troia il figlio suo diletto. Ed io,
    Miserrimo! io che a tanti e valorosi
    Figli fui padre, ahi! più nol sono, e parmi
    [p. 312]
    Già di tutti esser privo. Di cinquanta 625
    Lieto io vivea de’ Greci alla venuta.
    Dieci e nove di questi eran d’un solo
    Alvo prodotti; mi veníano gli altri
    Da diverse consorti, e i più ne spense
    L’orrido Marte. Mi restava Ettorre, 630
    L’unico Ettorre, che de’ suoi fratelli
    E di Troia e di tutti era il sostegno;
    E questo pure per le patrie mura
    Combattendo cadéo dianzi al tuo piede.
    Per lui supplice io vegno, ed infiniti 635
    Doni ti reco a riscattarlo, Achille!
    Abbi ai numi rispetto, abbi pietade
    Di me: ricorda il padre tuo: deh! pensa
    Ch’io mi sono più misero, io che soffro
    Disventura che mai altro mortale 640
    Non soffrì, supplicante alla mia bocca
    La man premendo che i miei figli uccise.
    A queste voci intenerito Achille,
    Membrando il genitor, proruppe in pianto,
    E preso il vecchio per la man, scostollo 645
    Dolcemente. Piangea questi il perduto
    Ettore ai piè dell’uccisore, e quegli
    Or il padre, or l’amico, e risonava
    Di gemiti la stanza. Alfin satollo
    Di lagrime il Pelíde, e ritornati 650
    Tranquilli i sensi, si rizzò dal seggio,
    E colla destra sollevò il cadente
    Veglio, il bianco suo crin commiserando
    Ed il mento canuto.
    Indi rispose:
    Infelice! per vero alte sventure 655
    Il tuo cor tollerò. Come potesti
    Venir solo alle navi ed al cospetto
    Dell’uccisore de’ tuoi forti figli?
    [p. 313]
    Hai tu di ferro il core? Or via, ti siedi,
    E diam tregua a un dolor che più non giova. 660
    Liberi i numi d’ogni cura al pianto
    Condannano il mortal.
    […]
    Pur datti pace, nè voler ch’eterno
    Ti consumi il dolor. Nullo è il profitto
    Del piangere il tuo figlio, e pria che in vita 695
    Richiamarlo, ti resta altro soffrire.
    Deh non far ch’io mi segga, almo guerriero,
    L’antico sire ripigliò: là dentro
    Senza onor di sepolcro il mio diletto
    Ettore giace: rendilo al mio sguardo; 700
    Rendilo prontamente, e i molti doni
    Che ti rechiamo, accetta, e ne fruisci,
    E diati il ciel di salvo ritornarti
    Al tuo loco natío, poiché pietoso
    E la vita mi lasci e i rai del Sole. 705
    Non m’irritar co’ tuoi rifiuti, o veglio,
    Bieco Achille riprese. Io stesso avea
    Statuito nel cor, che alfin renduto
    Ti fosse il figlio, perocchè la diva
    Nerëide mia madre a me di Giove 710
    Già fe’ chiaro il voler.
    […]
    Balzossi
    Fuor della tenda allor come lïone
    Il Pelíde con esso i due scudieri
    Automedonte ed Alcimo, cui, dopo 725
    Il morto amico, tra’ compagni egli ebbe
    [p. 315]
    In più pregio ed amor. Sciolsero questi
    I corsieri e le mule, ed intromesso
    L’antico araldo l’adagiaro in seggio.
    Poscia dal plaustro i prezïosi doni 730
    Del riscatto levâr, ma due pomposi
    Manti lasciârvi, ed una ben tessuta
    Tunica all’uopo di mandar coperto
    Il cadavere in Ilio. Indi chiamate
    Le ancelle, comandò che tutto fosse 735
    E lavato e di balsami perfuso
    In disparte dal padre, onde il meschino,
    Veduto il figlio, in impeti non rompa
    Subitamente di dolore e d’ira,
    Sì che la sua destando anche il Pelíde 740
    Contro il cenno di Giove nol trafigga.
    Lavato adunque dall’ancelle ed unto
    Di balsami odorati, e di leggiadra
    Tunica avvolto, e poi di risplendente
    Pallio coperto, il gran Pelíde istesso 745
    Alzatolo di peso, in sul ferétro
    Collocollo; e composto i suoi compagni
    Sul liscio plaustro lo portâr. Dal petto
    Trasse allora l’eroe cupo un sospiro,
    E il diletto chiamando estinto amico 750
    Sclamò: Patróclo, non volerti meco
    Adirar, se nell’Orco udrai ch’io rendo
    Ettore al padre. In suo riscatto ei diemmi
    Convenevoli doni, e la migliore
    Parte a te sarà sacra, anima cara. 755
    Rïentrò quindi nella tenda, e sopra
    Il suo seggio col tergo alla parete
    Sedutosi di fronte a Príamo, disse:
    Buon vecchio, il tuo figliuol, siccome hai chiesto,
    È in tuo potere, e nel ferétro ei giace. 760
    [p. 316]
    Potrai dell’alba all’apparir vederlo,
    E via portarlo.
    […]
    Ritornato poscia
    Col figlio a Troia, il piangerai di nuovo,
    Chè molto è il pianto che ti resta ancora. 790
    Così detto, levossi frettoloso,
    E un’agnella sgozzò di bianco pelo.
    […]
    Come fur sazii del mirarsi, ruppe
    Príamo il tacer: Preclaro ospite mio,
    Mettimi or tosto a riposar, ch’io possa 810
    Gustar di dolce sonno alcuna stilla.
    Dal dì che sotto la tua man possente
    Il mio figlio spirò, mai non fur chiuse
    Queste palpebre, mai; ch’altro non seppi
    Da quel punto che piangere, ululare, 815
    Voltolarmi per gli atrii nella polve,
    Mille ambasce ingoiando. Dopo tanto
    Fiero digiuno, or ecco che gustato
    Ho qualche cibo alfine e qualche sorso.
    Questo udendo, ai compagni ed all’ancelle 820
    Pronto il Pelíde comandò di porre
    Nel padiglione esterïor due letti
    Con distesi tappeti, e porporine
    Belle coltrici, e vesti altre vellose
    Da ricoprirsi. Obbedïenti al cenno 825
    Uscîr le ancelle colle faci in mano,
    E tosto i letti apparecchiâr. Di lui
    Sollecito il Pelíde, allor gli punse
    [p. 318]
    Di tema il cor, dicendo: Ottimo padre,
    Dormi qua fuor. Potría de’ prenci achivi, 830
    Che qui son per consulte a tutte l’ore,
    Recarsi a me talun, siccome è l’uso,
    E vederti, e ridirlo al sommo duce
    Agamennóne, e farsi impedimento
    Al riscatto d’Ettorre. Or mi dichiara 835
    Veracemente. A’ suoi funebri onori
    Quanti vuoi giorni? Io terrò l’armi in posa
    Per altrettanti, e frenerò le schiere.
    Se ne consenti (Prïamo rispose)
    Placide esequie al figlio mio, per certo 840
    Mi fai cosa ben grata, o generoso.
    Siam rinchiusi, lo sai, dentro le mura;
    Sai che n’è lungi il monte, ove la selva
    Tagliar pel rogo, e sai quanto de’ Teucri
    È lo spavento. Nove giorni al pianto 845
    Consacreremo nelle case: al decimo
    Arderemo la pira, e imbandirassi
    Per la cittade il funeral banchetto.
    Gli darem tomba nel seguente, e l’armi
    Nell’altro piglierem, se stremo il chiede. 850
    Buon vecchio, sia così, soggiunse Achille:
    Tanto l’armi staran quanto tu brami.
    Così dicendo, la sua destra pose
    Nella destra di quello, onde sgombrargli
    Ogni temenza.
    […]
    Ettore mio,
    Tu partoristi ai genitor; ma nulla
    Si pareggia al dolor dell’infelice
    Tua consorte. Spirasti, e la mancante 950
    Mano dal letto, ohimè! non mi porgesti,
    Non mi lasciasti alcun tuo savio avviso,
    Ch’or giorno e notte nel fedel pensiero
    Dolce mi fóra richiamar piangendo.
    Accompagnâr co’ gemiti le donne 955
    D’Andrómaca i lamenti, e li seguiva
    Il compianto d’Ecúba in questa voce:
    O de’ miei figli, Ettorre, il più diletto!
    Fosti caro agli Dei mentre vivevi,
    E il sei, qui morto, ancora. Il crudo Achille 960
    Di Samo e d’Imbro e dell’infida Lenno
    Su le remote tempestose rive
    Quanti a man gli venían, tutti vendeva
    [p. 322]
    Gli altri miei figli; e tu dal suo spietato
    Ferro trafitto, e tante volte intorno 965
    Strascinato alla tomba dell’amico
    Che gli prostrasti (nè per questo in vita
    Lo ritornò), tu fresco e rugiadoso
    Or mi giaci davanti, e fior somigli
    Dai dolci strali della luce ucciso. 970
    A questo pianto rinnovossi il lutto,
    Ed Elena fe’ terza il suo lamento:
    O a me il più caro de’ cognati, Ettorre,
    Poichè il Fato mi trasse a queste rive
    Di Paride consorte! oh morta io fossi 975
    Pria che venirvi! Venti volte il Sole
    Il suo giro compì da che lasciato
    Ho il patrio nido, e una maligna o dura
    Sola parola sul tuo labbro io mai
    Mai non intesi.
    […]
    Come rifulse su la terra il raggio
    Della decima aurora, lagrimando
    Dal feretro levâr del valoroso
    Ettore il corpo, e postolo sul rogo,
    Il foco vi destâr. Rïapparita 1005
    La rosea figlia del mattin, s’accolse
    Il popolo dintorno all’alta pira,
    E pria con onde di purpureo vino
    Tutte estinser le brage. Indi per tutto
    Queto il foco, i fratelli e i fidi amici 1010
    Pieni il volto di pianto e sospirosi
    Raccolsero le bianche ossa, e composte
    In urna d’oro le coprîr d’un molle
    Cremisino. Ciò fatto, in cava buca
    Le posero, e di spesse e grandi pietre 1015
    Un lastrico vi féro, e prestamente
    Il tumulo elevâr. Le scolte intanto
    Vigilavan dintorno, onde un ostile
    Non irrompesse repentino assalto
    Pria che fosse al suo fin l’opra pietosa.1020
    Innalzato il sepolcro dipartîrsi
    Tutti in grande frequenza, e nella vasta
    Di Prïamo adunati eccelsa reggia
    Funebre celebrâr lauto convito.
    Questi furo gli estremi onor renduti 1025
    Al domatore di cavalli Ettorre.” (Iliade, Libro XXIV)

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  2. rfivisone ha detto:

    Anche Manzoni parla della morte prematura di un figlio nel personaggio di Cecilia, morta di peste
    (Promessi Sposi cp. XXXIV):
    “Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa […]. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani
    l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; senonché una manina bianca a guisa di cera spenzolava da
    una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno […]. Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a fare un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: ‘addio Cecilia! riposa in pace!'”

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  3. rfivisone ha detto:

    E dopo il piccolo excursus nella letteratura italiana, se c’è un testo che merita attenzione è “Tears in heaven” di Eric Clapton, dedicato al figlio Conor avuto con Lori del Santo. Prima del testo riporto un frammento dalla sua autobiografia (pp. 266-269):
    “The following morning I was up early, ready to walk crosstown from my hotel, the Mayfair Regent on Park and 64th Street, to pick up Lori and Conor to take them to the Central Park Zoo, followed by lunch at Bicé, my favourite Italian restaurant. At about 11.00 a.m. the phone rang, and it was Lori. She was hysterical, screaming that Conor was dead. I thought to myself, ‘This is ridiculous. How can he be dead?’ and I asked her the silliest question, ‘Are you sure?’ And then she told me that he’d fallen out of the window. She was beside herself. Scr eaming. I said, ‘I’ll right be there.’
    I remember walking up Park Avenue, trying to convince myself that everything was really all right … as if anyone could make a mistake about something like that. When I got near the apartment building, I saw a police line and paramedics on the street, and I walked past the scene, lacking the courage to go in. Finally I went into the building, where I was asked a few questions by the police. I took the elevator upstairs to the apartment, which was on the fifty-third floor. Lori was out of her mind, and talking in a crazy way. By this time, I had become very calm and detached. I had stepped back within myself, and become one of those people who just attend to others. […] Conor was racing about the apartment playing a game of hide and seek with his nanny and, while Lori was distracted by the janitor warning her about the danger, he simply ran into the room and straight out of the window. He then fell forty-nine floors before landing on the roof of an adjacent four-storey building. […] After the funeral, when Lori’s family had gone home and Hurtwood was quiet and it was just me alone with my thoughts, I found a letter from Conor that he had written for me from Milan, telling me how much he missed me and was looking forward to seeing me in New York. He had written ‘I love you.’ Heartbreaking though it was, I looked upon it as a positive thing. […] I cannot deny that there was a moment when I did lose faith, and what saved my life was the unconditional love and understanding that I received from my friends, and my fellows in the twelve-step programme. […] I really was in the position of being able to say, ‘Well, if I can go through this and stay sober, then anyone can.’ At that moment I realised that there was no better way of honouring the memory of my son.”
    E ora vi lascio alla canzone:

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